15 Maggio 2007

colpi di pistola

Durante le mie meditazioni ferroviarie, del tutto preterintenzionali, come lo è del resto il paesaggio visto dai finestrini, era capitato spesso di avere pensieri per nulla subalterni alla realtà, come colpi di pistola sfuggiti distrattamente.
Quel giorno mi sparai sui piedi certi pensieri decisamente fuori dalla mia portata, di quelli che restano impalati davanti al dubbio iniziale e a quello finale, come fossero le parentesi di una profonda verità.
Stavo leggendo il giornale, ad essere sinceri. Sai, quei fogliacci di carta così poco pratici, ma così importanti per chi avesse deciso, per diletto o per lavoro, di farsi trasportare da una città all’altra senza doversi più accorgere né di tempo, né di paesaggi.
Avevo già notato, del resto, che il paesaggio rallentava i treni: li distraeva dal loro compito stendendogli di fronte alberi e montagne, come a mostrargli documentari;
Che poi per la verità,sono più veri i documentari della realtà, ma questo era solo un altro colpo di pistola sfuggito per sbaglio, durante un trasferimento di routine.
Veniamo al punto: io avevo in mano un giornale, avrei potuto trovarci scritto qualcosa che fosse capitato davanti a me, magari di una partita di calcio che avevo visto e che le parole mi raccontavano in un altro modo, perché il giornalista di turno teneva alla squadra avversaria e mi negava il gusto di aver visto ciò che avevo veramente visto. Che stronzi, i giornalisti milanesi, quando guardano la juve.
E che stronze le parole che non filavano mai come avrei voluto, soprattutto quelle che non dicevano mai bene ciò che anch’io avevo visto,oppure che mi sarebbe piaciuto fossero davvero accadute proprio nel modo in cui io desideravo sapere che erano accadute. Ed era così anche per i paesaggi e per i documentari, ecco la verità.
Eppure, mi dicevo, guardiamo tutti dallo stesso finestrino, passiamo per gli stessi maledetti posti, ma poi uno si ricorda bene di un campanile e l’altro invece non l’aveva visto mai.
Altro colpo accidentale sparato sui miei stessi piedi, mi dicevo.
Era proprio un bel mistero, il paesaggio: perché teoricamente stava fermo lì, anche se praticamente si muoveva alla velocità del treno, cosa che lo rendeva totalmente relativo, come il tempo e le mucche che qualcuno abilmente sparpagliava a caso nel panorama altrimenti sempre uguale, giusto per distrarmi dalle parole di questo giornale, per distrarmi dalla mia stessa distrazione e per farmi rallentare insieme al tempo e al treno, per allontanarmi dall’illusione di essere già arrivato appena dopo essere partito.
Insomma stavo su un cazzo di treno e sia io che lui stavamo cercando di far passare il tempo allo stesso modo, lui rullava chilometri e guardava il panorama mentre io ero sempre a pagina due dello stesso giornale, perso nei pensieri a veder filare un paesaggio di parole in libertà, non più lineari e logiche e nemmeno più inquadrate in colonne ordinate di fatti e fatterelli, calci di rigore non dati e reclamati eccetera. Ero uscito da un pezzo dai margini di quei paginoni e andavo per conto mio, in un viaggio a parte.
Mi stavo perfino domandando come un idiota chi le avesse mai inventate queste benedette parole, chi fosse stato quel mago folle, l’alchimista originario che stabilì perfino che una vocale è una vocale e una consonante è una consonante, poi mescolò il tutto e da allora abbiamo tutti srotolato pergamene, incasellato pensieri, musicato la realtà a suon di magiche combinazioni chiamate appunto parole.
Pensavo, si staccano dalla persona che le pronuncia: invece le cose stanno ferme come paesaggi. I treni, dal canto loro, vanno e vengono sempre sugli stessi binari, non escono dal margine come invece le parole sanno ben fare. In più le parole hanno gli accenti e i toni, cosa che paesaggi e binari non hanno, tranne che per quei pazzi visionari che ce li vedono. Ad esempio i poeti, i pittori e i musicisti e,perfino io,che non sono niente di tutto questo.
Il fatto strano è che tu spari una parola nel vuoto, quella inizia a viaggiare di orecchio in orecchio, di bocca in bocca e ti ritorna, a distanza di ore, giorni o anni, ma spesso con un altro significato: certe volte si ripresenta addirittura in francese o in cinese e spesso vuol dire perfino un'altra cosa.
Una volta sparai un buongiorno e mi ritornò sei mesi dopo efferato come un vaffanculo: cioè ufficialmente era ancora buongiorno, ma il tono era quello di un ben dato vaffanculo.
Così come ricordo anche che un'altra volta dissi un "sì" e quello tornò una settimana più tardi come un "non lo so", lasciandomi nel dubbio per diversi mesi. Per fortuna ero giovane e a capire potevo aspettare .
Fu triste quando dissi per la prima volta amore e quello prese ad andare e venire come  l'alta marea.
Ogni volta tornava con un nome diverso, a volte completamente spiegazzato per chissà quali notti passate addormentato sotto ai balconi o dentro ai portoni.
Una volta tornò e voleva dire sì, poi subito dopo disse "Good morning" e si rimise per strada, voleva dire "non più". L’ultima volta che lo vidi disse amore, ma era un vaffanculo. E non lo rividi per un bel pezzo.
Ma io avrei voluto che tornasse una volta o l'altra con il significato lento di paesaggio, qualcosa di una qualche mobilità, ma stabile e regolare come un materasso ad acqua. Magari anche magico, ma lineare come un binario che ci porti infine da qualche parte.
E allora penso a te.Fiumi di tentazioni scorrono sulla tua pelle e tu sorridi maliziosa e provocante.
Scivolano sogni sopra i tuoi seni,come mani vogliose ed incuriosite a regalar piacere.
Languide carezze,baci provocanti,corpi avvinghiati in celate sindromi di abbandono.
Guardarò ancora un po’ la tua anima e baciandoti la schiena,mi trasformerò
in qualcosa oltre l'uomo.
Scorreranno fiamme sulle dita,labbra calde mi aspetteranno,fiati avvolti da lenzuola rosse e dal contatto.
Palpiti del cuore,a intercalar costanti,cancelleranno quell’ultima goccia di vergogna.
Ti farò volare un po’più in alto di quanto nel fare l’amore ci sarà concesso…oltre l’umano.
Guardando fuori mi accorsi che ero finalmente arrivato.
Meno male: il giornale era finito, il paesaggio si era riassestato comodo comodo nei campanili e nelle case, si muovevano solo le mucche, le auto e le persone, come era logico e formalmente anche normale.
Il treno ripartì, con il suo carico di parole a viaggiare per il mondo, insieme ai pensieri preterintenzionali di qualcun altro.
Ritornai normale essere umano, calato nella realtà del quotidiano e senza parole sconnesse da lanciare, né pensieri obliqui a filosofare per distrarre il tempo. Il giornale e le sue parole, come era logico, le lasciai sul treno, lanciati anche quelli su qualche altro piano della realtà e io nella mia.
Presi l’uscita e chiesi distrattamente una sigaretta al mio amico che mi stava aspettando.
Mi disse “Buongiorno”, e io risposi “Vaffanculo”, ma è normale, è interista e io juventino.

16 commenti

  • Arenata nel tuo blog

    ...

    La tua lettrice più assidua voleva dirti che è viva e continua a leggere e a perdersi nelle tue parole, chiodi da appendere alle pareti come soffi d'animo, parole goffe ed ingenue per scarabocchiare sul foglio attimi di vita.
    Bello questo post, sembrava il racconto di uno dei miei infiniti viaggi in treno a rivangare melensi e malinconici ricordi di passato per appunto amazzare il tempo...grazie!
    Scritto il: 17/05/2007 13:41:06
  • 0naiade0

    ..

    a chi pensi tu?

    gran bel pezzo che hai scritto cmq.. :)
    Scritto il: 15/05/2007 23:46:56
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